E adesso? Opposizione o adeguamento al mondo nella lunga marcia nuziale intonata dai giudici
"Le fondamenta stanno tremando”. Come molti dei delusi dalla sentenza della Corte suprema sul matrimonio gay, anche la scrittrice cattolica Elizabeth Scalia scorre le opinioni e separa con precisione chirurgica gli immediati effetti legali e le conseguenze culturali, la svolta circostanziata e l’orizzonte storico. Se è vero che molti “trattano le sentenze per quello che non sono, cioè una legalizzazione di fatto del matrimonio gay”, non sfugge nemmeno il tremolio dell’impalcatura sociale sotto i colpi egalitaristi del postmoderno “love is love”.
24 AGO 20

"Le fondamenta stanno tremando”. Come molti dei delusi dalla sentenza della Corte suprema sul matrimonio gay, anche la scrittrice cattolica Elizabeth Scalia scorre le opinioni e separa con precisione chirurgica gli immediati effetti legali e le conseguenze culturali, la svolta circostanziata e l’orizzonte storico. Se è vero che molti “trattano le sentenze per quello che non sono, cioè una legalizzazione di fatto del matrimonio gay”, non sfugge nemmeno il tremolio dell’impalcatura sociale sotto i colpi egalitaristi del postmoderno “love is love”. Rallegrarsi per il ritorno del dibattito a livello dei singoli stati, premio di consolazione per la coscienza federalista, è un paravento destinato a rovesciarsi in fretta, perché “in termini culturali il matrimonio gay è cosa fatta”, dice Scalia al Foglio, e la sentenza scritta dal cattolico Anthony Kennedy in fondo si limita a notificare una vittoria ai punti sul ring delle culture war americane. “Credo che nel breve termine – continua Scalia – la decisione della corte darà una spinta decisiva al passaggio del matrimonio gay nella maggior parte degli stati”, posizione che ricalca quella dell’altro Scalia, Antonin, il giudice dissenziente che ha vergato un passaggio paradossalmente applaudito dai sostenitori del matrimonio gay: “Dichiarando formalmente che chiunque si oppone al matrimonio gay è un nemico dell’umanità, la maggioranza offre ottime armi a tutti quelli che contestano leggi statali che restringono la definizione di matrimonio al suo significato tradizionale”. Il senso è: dipingere i critici del matrimonio gay come nemici dell'umanità influenzerà pesantemente le prossime battaglie legali a livello degli stati.
Ma la domanda che il giorno dopo attraversa un fronte conservatore spaccato sulle questioni sociali e la chiesa cattolica affranta dal “giorno tragico” della secolarizzazione proclamata per sentenza giudiziaria è: e adesso?
“Arriveremo al punto in cui soltanto i cristiani ortodossi, gli ebrei e la chiesa cattolica si opporranno a questa tendenza. Per qualche strano motivo l’islam di solito viene lasciato fuori da questa disputa. Gli evangelici e persino i mormoni si stanno già adeguando. Nel lungo periodo mi aspetto che il governo, a dispetto di quello che dice Obama, faccia nuove mosse legali contro le chiese cristiane che non si conformano al modello di secolarizzazione e che, ad esempio, si rifiuteranno di estendere i sacramenti alle coppie gay. Mi aspetto che innanzitutto le chiese perdano i loro privilegi fiscali se non accetteranno di sposare gli omosessuali. Inoltre, il matrimonio religioso diventerà sempre di più una formalizzazione sacramentale di un’unione benedetta dallo stato”, dice Scalia. Quella dell’oblata benedettina è una visione crepuscolare del rapporto fra il paradigma religioso e una postmodernità invadente. Un crepuscolo che non mancherà di mettere alla prova la chiesa, tanto che Scalia parla di uno “scisma inevitabile”, una separazione di fatto che s’annida fra sentenze storiche e battaglie legali quotidiane: “I fedeli cristiani si troveranno di fronte a una scelta radicale fra la cultura dominante e la chiesa. Molti si accomoderanno sull’opzione socialmente accettabile. Ne verrà fuori molto probabilmente una chiesa cattolica americana con i riti, la liturgia, gli incensi, le campane e la bellezza della chiesa romana, ma senza le sue sfide culturali. Questa chiesa sorgerà materialmente dal terreno delle multe, delle tasse, dalle sanzioni e dalle battaglie legali che già la minacciano, ma lo scisma si appoggerà, dal punto di vista culturale, sulla questione del matrimonio e dell’eliminazione della differenza sessuale. In un certo senso sarà qualcosa di simile alla riforma della chiesa d’Inghilterra, ma ancora non si vede in giro un Thomas More”.
“Arriveremo al punto in cui soltanto i cristiani ortodossi, gli ebrei e la chiesa cattolica si opporranno a questa tendenza. Per qualche strano motivo l’islam di solito viene lasciato fuori da questa disputa. Gli evangelici e persino i mormoni si stanno già adeguando. Nel lungo periodo mi aspetto che il governo, a dispetto di quello che dice Obama, faccia nuove mosse legali contro le chiese cristiane che non si conformano al modello di secolarizzazione e che, ad esempio, si rifiuteranno di estendere i sacramenti alle coppie gay. Mi aspetto che innanzitutto le chiese perdano i loro privilegi fiscali se non accetteranno di sposare gli omosessuali. Inoltre, il matrimonio religioso diventerà sempre di più una formalizzazione sacramentale di un’unione benedetta dallo stato”, dice Scalia. Quella dell’oblata benedettina è una visione crepuscolare del rapporto fra il paradigma religioso e una postmodernità invadente. Un crepuscolo che non mancherà di mettere alla prova la chiesa, tanto che Scalia parla di uno “scisma inevitabile”, una separazione di fatto che s’annida fra sentenze storiche e battaglie legali quotidiane: “I fedeli cristiani si troveranno di fronte a una scelta radicale fra la cultura dominante e la chiesa. Molti si accomoderanno sull’opzione socialmente accettabile. Ne verrà fuori molto probabilmente una chiesa cattolica americana con i riti, la liturgia, gli incensi, le campane e la bellezza della chiesa romana, ma senza le sue sfide culturali. Questa chiesa sorgerà materialmente dal terreno delle multe, delle tasse, dalle sanzioni e dalle battaglie legali che già la minacciano, ma lo scisma si appoggerà, dal punto di vista culturale, sulla questione del matrimonio e dell’eliminazione della differenza sessuale. In un certo senso sarà qualcosa di simile alla riforma della chiesa d’Inghilterra, ma ancora non si vede in giro un Thomas More”.
E’ il passaggio dal “pour se poser il s’oppose” allo schema dell’adeguamento, ed è forse in forza della coscienza della profondità della disputa che a caldo i vescovi cattolici hanno rilasciato dichiarazioni dense di una gravità che non si rintraccia in quelle della galassia delle associazioni pro matrimonio tradizionale, perse nelle distinzioni giuridiche e nelle riparazioni tattiche.
E’ la stessa prudenza che si ritrova nell’imbarazzata linea ufficiale del Partito repubblicano. L’ordine di scuderia è quello di criticare senza esibizioni di animosità il merito della decisione e allo stesso tempo di lodare il fatto che la disputa viene rimandata al suo livello naturale, i singoli stati. Lo speaker della Camera, John Boehner, ha messo il suo scoramento personale accanto al sollievo per la relativa sconfitta del big government, ma non ha promesso alcuna iniziativa legislativa per riformare la definizione di matrimonio che la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale. La responsabilità se l’è presa il deputato del Kansas Tim Huelskamp, che a una domanda sull’ampiezza delle sue legioni al Congresso ha risposto: “Alcuni conservatori sono con me”. Tutto ciò mentre sul fronte opposto Barack Obama diceva che i legali della Casa Bianca stanno già lavorando a una giustificazione che permetta alle coppie gay regolarmente sposate di essere riconosciute anche negli stati che non permettono il matrimonio omosessuale. Sulla questione il fronte repubblicano non è spaccato, è atomizzato. Da tempo gli strateghi conservatori sostengono che il Gop potrà nuovamente essere competitivo soltanto se metterà in sordina le questioni sociali. Vita e famiglia sono argomenti politicamente perdenti che possono al massimo essere evocati per fare considerazioni personali rigorosamente scevre di conseguenze legislative. I sondaggi che danno la maggioranza dei giovani repubblicani in favore del matrimonio gay sono moniti ineludibili per un partito alla ricerca di un nuovo inizio.
E’ la stessa prudenza che si ritrova nell’imbarazzata linea ufficiale del Partito repubblicano. L’ordine di scuderia è quello di criticare senza esibizioni di animosità il merito della decisione e allo stesso tempo di lodare il fatto che la disputa viene rimandata al suo livello naturale, i singoli stati. Lo speaker della Camera, John Boehner, ha messo il suo scoramento personale accanto al sollievo per la relativa sconfitta del big government, ma non ha promesso alcuna iniziativa legislativa per riformare la definizione di matrimonio che la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale. La responsabilità se l’è presa il deputato del Kansas Tim Huelskamp, che a una domanda sull’ampiezza delle sue legioni al Congresso ha risposto: “Alcuni conservatori sono con me”. Tutto ciò mentre sul fronte opposto Barack Obama diceva che i legali della Casa Bianca stanno già lavorando a una giustificazione che permetta alle coppie gay regolarmente sposate di essere riconosciute anche negli stati che non permettono il matrimonio omosessuale. Sulla questione il fronte repubblicano non è spaccato, è atomizzato. Da tempo gli strateghi conservatori sostengono che il Gop potrà nuovamente essere competitivo soltanto se metterà in sordina le questioni sociali. Vita e famiglia sono argomenti politicamente perdenti che possono al massimo essere evocati per fare considerazioni personali rigorosamente scevre di conseguenze legislative. I sondaggi che danno la maggioranza dei giovani repubblicani in favore del matrimonio gay sono moniti ineludibili per un partito alla ricerca di un nuovo inizio.
Al grido di “liberi tutti” i politici conservatori si sono sgretolati in una serie infinita di correnti di pensiero sul matrimonio gay, tre senatori si sono dichiarati apertamente a favore delle unioni omosessuali e la cosa non solo non ha generato conseguenze interne ma ha costruito consensi e affari (già nel 1992 Rahm Emanuel diceva che “i gay sono i nuovi ebrei del fundraising”). La summa l’ha fatta il libertario Rand Paul dicendo che il partito deve “agree to disagree”: il dissenso è positivo, la libertà d’opinione sacra e il popolo sovrano, quindi i giudici vanno tutto sommato lodati per aver portato alla luce una disputa carsica. Meglio il respiro corto, insomma.